La Follia
"Todos llevamos dentro un grano de locura,
sin el cual es imprudente vivir."
FEDERICO GARCIA-LORCA
Duecento anni di società industriale, figli della scienza e della filosofia illuminista, ci hanno educati alla razionalità, alla pianificazione, alla velocità, alla fiducia illimitata nell’onnipotenza umana. Oggi, la società postindustriale ci ha resi più cauti, più disorientati, più propensi al dubbio, più attenti alle pulsioni emotive. L’imprevedibilità degli esiti, la porosità dei confini, l’imprecisione delle poste in gioco, l’inaffidabilità delle alleanze, ci costringono a ridimensionare il sogno della “razionalità assoluta” e a riprendere in considerazione il ruolo della follia.
In nome della razionalità, i governi, le imprese, gli eserciti, le città, le famiglie, i singoli, sfacciatamente esibiscono comportamenti paradossali. Viviamo più a lungo ma il tempo ci manca; crediamo nella parità dei sessi ma continuiamo ad emarginare le donne; i genitori si ammazzano di fatica dieci ore al giorno mentre i figli sono condannati all’inerzia della disoccupazione; i giovani sono costretti a studiare sempre di più per poi svolgere lavoretti sempre meno intelligenti; libertà sessuale e sessuofobia crescono di pari passo; le distanze culturali si accorciano ma la forbice delle retribuzioni si allarga; si elogia la meritocrazia ma prevalgono le cordate; si predica solidarietà ma si pretendono comportamenti competitivi.
L’esposizione quotidiana a questi paradossi provoca forme di squilibrio che vanno dalla semplice ostinazione alla pazzia vera e propria, passando attraverso lo stress, l’accanimento, l’assillo, la fissazione, la monomania.
La maggioranza vive in uno stato border line di perpetua iper-agitazione, sempre eccitata e concitata, frenetica ben oltre l’inquietudine e l’impazienza, incapace di gustare il lusso della pausa. In questa turba forsennata, la farneticazione può debordare da un momento all’altro in escandescenza, l’impazienza in imprudenza o insolenza, la temerarietà in protervia, il sicurezza in arroganza, l’audacia in spericolatezza, la rabbia in furore. La mitizzazione della competitività, dell’aggressività, della violenza ha esaltato questo idealtipo facendone un tipo ideale.
Accanto a questi iper-agitati, si ritrova spesso un altro genere di border line: l’anima bella, l’originale, il bizzarro, il capriccioso, l’eccentrico, lo strambo, lo strano, l’infantile, il puro folle che volteggia nella vita con amabile leggerezza. Quello che sopravvive alle tempeste sociali perché innocuo nella sua stravaganza, tollerato e utilizzato dai potenti per dimostrare che la società dominata è liberale e pluralista.
Ognuna di queste forme più o meno blande di follia risente del “campo” in cui il folle si trova ad operare. Uno stesso manager, ad esempio, può trasportare lo stress, il perfezionismo patologico, la spregiudicatezza operativa, l’autoritarismo spinto, il servilismo codardo dall’ambiente di lavoro a quello extra-lavorativo, nella pretesa di trasformare la famiglia, il club, l’oratorio, il volontariato in una sorta di reparto fuori di fabbrica. Oppure, può adottare forme schizofreniche di sdoppiamento, alternando una triviale prepotenza nei luoghi di lavoro con una signorile raffinatezza nel tempo libero.
In fine, vi è la follia positiva: quella che ci induce ad affrontare gli ostacoli con la necessaria dose di incoscienza; quella che ci spinge a mobilitare le nostre risorse anche in assenza di gratificazioni; quella che ci consente di andare incontro a una sconfitta probabile pur di testimoniare un impegno morale.
Il Ravello Festival 2010 offre l’opportunità inusuale di riflettere sulla follia quotidiana – quella vitale e quella distruttiva – attraverso la lente, spesso ustoria, della musica e della letteratura, della scienza e dell’arte. Attraverso queste discipline, offerte in giusta misura e nel luogo giusto, il Festival vuole aiutarci a diagnosticare tempestivamente, contestualizzare lucidamente, valorizzare coraggiosamente quel pizzico di follia senza il quale , come ci ammonisce Garcia Lorca, sarebbe imprudente vivere.